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SPAZIO CONTRO-VIRUS 11 “Il potere delle Parole”

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SPAZIO CONTRO-VIRUS 11 “Il potere delle Parole”

    A cura di Massimo Giugler

 

Le parole rappresentano un potente mezzo per definire la realtà in cui viviamo. Modificare le parole ci permette di percepire la realtà in cui viviamo in modo diverso. In psicoterapia si pondera l’uso della parola. Ne sono molto attente alcune discipline quali la Neurolinguistica, la psicoanalisi, l’ipnoterapia, la sistemica, seppur con declinazioni cliniche diverse.

In una terapia di coppia assume un significato diverso chiamare i membri della coppia con il proprio nome o chiamarli marito e moglie, o mamma e papà, così come sottolineare o meno il legame con i figli chiamandoli per nome o con l’appellativo di “figli”. Non è una questione di giusto o sbagliato, ma di risonanze, di scenari che si aprono (o chiudono), in modo diverso, di modalità di percepirsi in relazione con i soggetti che si citano.

Possiamo tranquillamente affermare che, seppur in maniera diversa, l’uso della parola è un denominatore comune per tutte le correnti psicoterapiche.

Che parole entrano in casa in questi giorni? Noi, come genitori, che parole stiamo usando in questo periodo di “clausura”? Che parole sentono i nostri figli in casa?

In questi ultimi due mesi abbiamo assistito ad un esempio calato nella nostra quotidianità rispetto a quanto stiamo affermando. Ci riferiamo alla vicenda del Covid-19. I termini utilizzati dai mezzi di informazione hanno descritto l’epidemia come una guerra. Hanno così definito il contesto, perché le parole definiscono anche il contesto, come un contesto di guerra. In guerra si sa, cambiano i valori, le priorità. In guerra ci si pone l’obiettivo di sconfiggere il nemico e tutte le energie vanno in quella direzione. Quella diventa la priorità e tutto il resto passa in secondo piano. Ogni azione, anche la più impopolare, è giustificata dal fine dichiarato, in quanto ritenuto nobile.

Ma che sarebbe accaduto se si fossero usati altri termini? Se si fosse parlato di pandemia e tale fosse rimasta la definizione: non ci saremmo forse mossi in un contesto sanitario? Un contesto sempre hard, ma dove non sarebbero emersi termini come “fronte”, “eroi”, “prima linea”, “armi”, “task force”, ecc. Termini che a loro volta hanno contribuito a creare e rinforzare il contesto di guerra.

Se fossimo stati capaci di rimanere nel contesto sanitario, dando il giusto valore alle encomiabili azioni del personale sanitario, dei volontari delle associazioni che si sono prodigati in questa situazione critica, perdendo purtroppo in molti la vita, sarebbe cambiato qualcosa? Io credo di sì.

L’hanno già detto altri, ma se avessimo parlato di cura, di terapia, di rimedi farmacologici, di interventi di prevenzione, come sarebbero stati trattati gli ammalati e le loro famiglie? Avremmo sempre avuto l’attenzione sul bollettino di guerra delle ore 18 o avremmo spostato l’attenzione su altri indicatori?

Ci siamo infilati in una dinamica circolare in cui le parole hanno definito il contesto (di guerra) e le azioni intraprese lo hanno confermato. I presidi militari in strada, la massiccia presenza delle forze dell’ordine a reprimere azioni non in linea con le ordinanze varie,  sono la conferma del clima di guerra che si è creato. Una guerra che si sta spostando, piano piano, anche a livello di cittadini, che si assurgono, in molti casi, a sceriffi. Io controllo te, tu controlli me, secondo un principio che non è di tutela della salute, ma dove emerge solo il controllo, il rispetto della regola. Così come hanno fatto le forse dell’ordine, che, stando alla cronaca, hanno applicato la norma, per altro in molti casi non chiara ma interpretabile, perdendo spesso di vista il buon senso e, soprattutto,  l’obiettivo: la tutela della salute, che non si traduce necessariamente con la chiusura in casa, ma con il rispetto delle norme igieniche, dell’utilizzo corretto dei DPI e il rispetto della giusta distanza fra le persone. Riprova ne è, negli ultimi tempi, il diffondersi di contagi nella famiglie lombarde seppur chiuse, o forse proprio perché, chiuse in casa.

Sarebbe stato sufficiente usare una terminologia diversa per avere un clima diverso? Io credo di sì. Credo che molto abbia fatto e continuerà a fare la terminologia bellica, lasciando sul terreno traumi, che potevano anche essere contenuti: quante famiglie hanno visto sparire i propri cari senza poter più avere un contatto fisico con loro? Quanti operatori sanitari si sono drammaticamente fatti carico di stabilire un contatto con i familiari negli ultimi momenti di vita? Quante famiglie non hanno potuto celebrare un rito collettivo e catartico come il funerale? Quanti operatori sanitari hanno perso la propria vita? Quanti bambini hanno visto i nonni sparire senza un perché?

Se vogliamo continuare ad usare un linguaggio bellico possiamo dire che al fronte ci sono andati non solo i sanitari, ma anche gli ammalati: entrambi accomunati da un destino infausto. Si poteva evitare? Forse sì. Solo con un linguaggio diverso? Certamente avrebbe contribuito a guardare i fatti in un’altra prospettiva, determinando quindi interventi, azioni, decreti, ordinanze con un taglio diverso, più sanitario, più preventivo, più educativo, più responsabilizzante che non normativo e reprimente.

E allora poi ci sta che, in un simile contesto, qualcuno si metta fanaticamente a tentare di definire il 25 aprile come la Liberazione dalla guerra che abbiamo in corso contro un nemico invisibile!

A parte le solite raccomandazioni scritte sugli atteggiamenti da tenere, quanti sono stati i video  dedicati ad una corretta, approfondita, esplicativa educazione? Quante le indicazioni video ufficiali sull’uso corretto delle mascherine (di cui si è per altro iniziato a parlare dopo oltre un mese dall’avio del contagio)? Quante le informazioni scientifiche sulle modalità di trasmissione del virus? Auspico che, nella preparazione alla Fase 2, vi sia un’adeguata opera di formazione e informazione rispetto ai comportamenti da tenere e che si punti sulla dimensione sanitaria e non su quella sociale di mero evitamento. Che ci venga detto come possiamo con-vivere e non come dobbiamo e-vita-rci. Siamo riusciti ad uscire dalla paura del contagio HIV quanto sono state fornite le corrette indicazioni sanitarie e quando si è superata la stigmatizzazione. Crediamo che la strada da percorrere sia questa, uscendo dal campo di battaglia, che lascia solo vittime. E troppi traumi.

 

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SPAZIO CONTRO-VIRUS 10 “Come si sentono i miei figli in questi giorni?”

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SPAZIO CONTRO-VIRUS 10 “Come si sentono i miei figli in questi giorni?”

    A cura di Ilaria Pollono

“E come Le sembra che stia Anna in questi giorni (primogenita di 7 anni)?” “Mi sembra serena, giochiamo, facciamo tante cose insieme, le maestre ci mandano le video lezioni (pausa)   … Bè, in realtà,  da qualche settimana mi sembra più svogliata, ha iniziato a “sognare brutto” di notte e, in generale,  la vedo molto irrequieta”.

“E lei, come sta? Lavorare in casa, seguire Anna e Luca con la scuola, suo marito è medico. Dev’essere difficile”. “Tutto sommato sto bene (pausa)  Bè, insomma… (commozione). In realtà sono disorientata, a volte mi sembra di non concludere niente. Adesso che ci penso mi sento smarrita e sono stufa di questa situazione!”

Durante questo primo mese di vita in casa abbiamo spesso parlato con molti genitori come la mamma di Anna e Luca. Genitori amorevoli che hanno messo in campo tutte le risorse possibili per accompagnare i figli in questo drastico e repentino cambiamento.  Genitori che, impegnati a riorganizzare la loro vita (familiare, professionale, personale), hanno impiegato molte energie nell’aiutare i figli a riorganizzarsi, nel tentativo di adattarsi a questo nuovo, seppur temporaneo, stile di vita.

Dialogando con i genitori al telefono, in video chiamata o in video call di gruppo, emerge un denominatore comune legato alla difficoltà di comprendere realmente lo stato d’animo dei figli. Impresa già abitualmente ardua, ma in questi giorni ancor più complessa.

Difficile immaginare come si sentano i figli, in un momento in cui anche per i genitori è difficile ascoltarsi.

In questo spazio temporale quasi “sospeso”,  i genitori spesso raccontano di non avere avuto il tempo di riflettere su come si sentono.  

Eppure, sapersi riorganizzare, riuscire a condividere momenti piacevoli con compagni e figli, essere in grado di stare bene in una nuova dimensione esistenziale, non preserva dall’angoscia di questo momento.

Dal timore che tutto possa non andare necessariamente bene. Da molti punti di vista. Primo tra tutti quello sanitario: sconfiggeremo il Covid?;  poi quello lavorativo: sarò in grado di adattarmi a questo nuovo modo di lavorare?; quello economico: quanto durerà questa situazione e quali ricadute economiche avrà?; quello sociale: quando potrò ri-contattarmi con le persone, con il mondo?; quello personale: sarò in grado di superare questo momento?; e non da ultimo, quello genitoriale: riuscirò a sostenere i miei figli in questo significativo passaggio della loro crescita?  Fermiamoci qui. Perché non abbiamo una risposta, ma certamente possiamo formulare buone domande che ci possano guidare il più possibile verso i figli, verso il loro stato d’animo, verso il loro modo di vivere questo cambiamento, nel tentativo di adattarsi ad una situazione che tornerà a cambiare nuovamente. 

Difficile immaginare per un bambino di 4 anni cosa significhi non relazionarsi più con i coetanei e con le figure educative di riferimento, non poter correre più liberamente in un parco. Così come è difficile spiegare ad un bambino di 2 anni che non si può uscire dalla porta di casa quando si abita in un palazzo senza balcone né cortile. Difficile immaginare le sensazioni di un bambino di 8 anni che si allenava tre volte alla settimana e che ha interrotto improvvisamente le sue relazioni sociali. E ancora, come si sente un adolescente (animale sociale per definizione) alla ricerca di sé, tra le mura domestiche? Un paradosso.

Forse non  resta che domandarsi realmente come si sta. Farlo ogni giorno. Avvicinandosi. E chiedendo loro come li fa sentire questa nuova situazione. Accogliendo tutto ciò che loro portano, avendo cura di non sdrammatizzare, di non cercare di “placcare d’oro” ciò che provoca malessere (tristezza, rabbia, noia, irritabilità…) . Accogliendo. Facendosi sentire vicini a quel loro stato d’animo. Esserci, anche senza commentare. Per poi infondere fiducia. Come ha fatto la mamma di Anna qualche giorno dopo aver riflettuto sul suo malessere:  “Lo so che anche se sei contenta di stare a casa da scuola insieme a noi a volte ti senti spaventata Anna.  A volte ti vedo triste, lo so che ti mancano i tuoi compagni. Certi giorni sono più difficili di altri, lo so anche per i grandi è così. Per questo a volte in questi giorni ci scontriamo anche! Troveremo il modo per affrontare anche questo momento Anna, vedrai” (abbraccio).

Stare accanto all’emozione dei figli. Quando si ha l’energia e la disponibilità per farlo. Accoglierla senza giudicarla, senza “abbellirla” o “aggiustarla”. Un esercizio difficile [perché assistere al malessere dei figli è difficile!], ma non impossibile, se rinunciamo a voler necessariamente migliorare le cose in quel preciso momento. Le cose si migliorano con il tempo. Passo a passo, ascoltandosi e accogliendosi a vicenda. Quando si sente di avere l’energia per farlo.

Immagine di: Rebecca Dautremer

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SPAZIO CONTRO-VIRUS 9 Affacciarsi al figlio ADOLESCENTE a cura di Raffaella Borio

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SPAZIO CONTRO-VIRUS 9 Affacciarsi al figlio ADOLESCENTE a cura di Raffaella Borio

   Uscire da una situazione, uscire da una crisi sanitaria, sociale, economica, da una crisi familiare,  ma anche solo uscire, suona come un privilegio in questo tempo. Freud, in Psicologia del ginnasiale, descrive come il bambino diventa adolescente quando esce dalla stanza dei giochi  per affacciarsi al mondo: lì riesce a cogliere l’amore per il proprio genitore, ma anche, contemporaneamente, il fastidio nel considerarlo colui che disturba la propria vita pulsionale.

 Parliamo di pulsione in psicoanalisi ogni volta che c’è qualcosa che avanza una esigenza, che spinge, senza preoccuparsi se l’Altro dice di si o di no. Nell’amore, ad esempio, si dipende dal segno d’amore dimostrato dall’Altro che si ama. La pulsione, in questo, è il contrario dell’amore. Si tratta di una esigenza senza concessioni, senza limitazioni.

Il modello genitoriale in adolescenza fa difetto rispetto al limite, non borda come durante l’infanzia; non borda più neppure quel senso innato di precarietà che il bambino porta con sè; anche per questo il giovane figlio inizia a prendere le distanze dalla madre e dal padre alla ricerca di qualcosa che possa fare da ulteriore sponda, da nuovo limite e in qualche modo anche da scudo e protezione. Nello stesso periodo in cui il bambino esce dalla stanza dei giochi può succedere che cambi qualcosa anche nel genitore che, ad un tratto, può avvertire la sensazione di non riconoscere più come prima il proprio figlio. In un bailamme di contrasti affettivi di questa portata le fratture dei legami familiari sono all’ordine del giorno. Per il giovane risulta complicato prendere posizione e assumersi la responsabilità di dirsi -e dire- ciò che sta diventando, di dialogare a partire da un proprio sguardo sul mondo, di rendersi riconoscibile al genitore. Per l’adulto, invece, può essere difficile accogliere che la domanda del proprio figlio adolescente non sia più rivolta a lui, ma si esaurisca, piuttosto, all’esterno della famiglia, veicolata dalla facilità di comunicazione data dai social. Per l’adolescente vivere bene in famiglia è fattibile  a condizione però di rappresentarsi in società in una forma definibile, che si possa dire, vedere, percepire, incontrare secondo parametri riconosciuti, che non sono più quelli visti dai genitori. I genitori fanno molta fatica in genere a lasciar andare i “connotati di bimbo” del figlio. E mentre si  impegnano in questa difficile operazione di separazione, l’adolescente si esercita a dire io sono, io faccio, io dico, io penso … ossia inizia a rappresentare ciò che è; inizia a posizionarsi e narrarsi rispetto ad altri: io sono questo e non quello, sono così e non tutto il resto, amo questa cosa, questa persona, questo stile e non altri. Insomma questo sì, quello no. Potremmo dire che è alle prese con la propria costruzione. E gli altri? Gli altri, soprattutto gli amici e i pari, hanno una precisa funzione nel processo ricostruttivo. In questo preciso momento, vissuto molto in casa, gli adolescenti, in particolar modo, possono trovarsi in difficoltà. Chi incontrano? Come gestiscono la vita pulsionale che solitamente riversano nelle attività e nelle relazioni sociali? L’indicazione data a tutti noi dalle autorità è quella di affacciarsi alla finestra piuttosto che quella di uscire per strada e di questo monito, che è una esigenza pubblica ma, al contempo, si propone come paralizzante, è necessario che i genitori, gli adulti in genere, se ne facciano qualcosa, non lo subiscano e non facciano sentire ai più giovani di subirlo! Come? Bisognerà affacciarsi alla relazione con i propri figli, ossia muoversi nel legame con delicata attenzione rispetto a cosa si dice, a cosa si racconta: le parole hanno potere e producono effetti, oggi più che mai ne sentiamo la consistenza, soprattutto perchè  si è costretti alla prossimità, alla vicinanza dei corpi con le tensioni e le oscillazioni d’umore, le insofferenze, le apatie e l’aggressività di cui tutti noi siamo portatori nella difficoltà. Come prendersi cura di noi, dei legami familiari e in particolare del legame con i propri figli? Quando i figli si rifiutano di parlare o lo fanno solo se costretti? Quando evitano il confronto o cercano lo scontro? Non è un compito semplice, ma è quanto di più amorevole un genitore possa fare: accogliere. Far posto alla difficoltà. Proviamo ad includere i figli  in un andirivieni di attenzioni e parole, che tolgano dalla forzatura dell’incontro domestico, che tolgano dalla fissità: il ripetersi dei discorsi è già di per sè isolamento. La chiusura nelle mura di casa, la condivisione del tempo, l’esposizione ai gesti e ai volti familiari, come alle abitudini e ai soliti comportamenti, la mancanza di spazi privati possono compromettere i legami più sereni. I corpi son fermi, la vita sociale azzerata, gli incontri ridotti al minimo storico: il riconoscimento e il consenso dell’Altro di cui si alimenta un giovane adolescente è difficile da raccogliere, adesso. Il genitore può usare le parole per calmare, per disangosciare, ha il compito di dialogare con il figlio per contrastare con il propriodesiderio di farcela” (che poi è lo stesso desiderio di vivere che l’ha fatto diventare genitore) quella pulsione che spinge il giovane verso fisiologici stati di inquietudine. Una vitale circolarità di parole, diverse,  sempre attente, prive di giudizio, e più tese ad includere  i discorsi del figlio,  può far sì che si possa continuare ad abitare la propria casa come  un luogo di protezione e riparo. Ecco lo scudo di cui scrivevo all’inizio. Il genitore può, in questa situazione, tornare ad essere per il figlio un limite ma anche un riparo: facendosi presente nei silenzi del figlio, silente nei suoi eccessi e riducendo così  il rischio di scontri causati sempre da un troppopieno di detti e di corpi. Creare una alternanza di presenza e assenza che punti a simbolizzare il legame e a vivere il rapporto non come intrusivo e invadente, ma come appiglio, a cui agganciarsi al bisogno per domandare aiuto. Stiamo tutti facendo esperienza diretta, che le formazioni umane, i gruppi e la società, sono dell’ordine del necessario per l’uomo: essere esclusi dal consorzio umano, fatto di quell’umanità a volte anche fastidiosa, può trasformarsi d’un tratto in crisi, personale e soggettiva. Un Altrove è necessario per ognuno di noi, ma per un adolescente è indispensabile: per far esistere l’io, per essere, per differenziarsi, per costruirsi.

Immagine di: Rebecca Dautremer

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SPAZIO CONTRO-VIRUS 8 Educare e Insegnare ai tempi del Covid 19

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SPAZIO CONTRO-VIRUS 8 Educare e Insegnare ai tempi del Covid 19

Questo articolo è stato pubblicato in PEDAGOGIA da Gessetti Colorati

A cura di Massimo Giugler

In Canavese l’ultimo giorno di lezione è stato il 21 febbraio. La chiusura delle scuole per le vacanze di Carnevale si è tramutata in chiusura per la prevenzione della diffusione del Covid-19. Da allora sono trascorsi quasi due mesi e altrettanti ne trascorreranno prima di un’altra chiusura: quella di un anno scolastico decisamente anomalo.

Ma come cambia la scuola in questo nuovo scenario e come cambia di conseguenza il ruolo degli insegnanti? Credo sia necessario porsi questa domanda, prima di declinare le azioni che gli insegnanti possono attivare in questi mesi di chiusura forzata.

E’ necessario partire dal contesto: le scuole, ribadiamo, sono chiuse per un motivo sanitario e gli allievi sono a casa in una situazione di forte restrizione. Convivono forzatamente con i propri familiari in un contesto in cui si respira un’aria di preoccupazione per la salute propria e dei propri cari, per il futuro personale e collettivo, per le conseguenze di questa pandemia, per il lavoro, per la situazione economica. In molte famiglie la preoccupazione è ancora più elevata laddove vi sono dei componenti che svolgono delle professioni sanitarie. In altre famiglie si sono vissuti dei lutti o dei momenti di significativa preoccupazione dovuti ai ricoveri di famigliari in ospedale o per la contrazione della malattia.

I bambini si trovano in mezzo a una tempesta emotiva: anche se i genitori si impegnano a erigere un cordone protettivo, le preoccupazioni transitano e si sedimentano in loro. Spesso i bambini non possono vedere i nonni, o altri componenti della famiglia, con i quali avevano un rapporto significativo. Se hanno i genitori impiegati in professioni sanitarie devono mantenere le distanze di sicurezza: non possono abbracciarli ed essere abbracciati. Possono aver subito un trauma, come i propri genitori, nel caso in cui il nonno sia deceduto. E non lo hanno nemmeno potuto salutare, né accompagnare al cimitero: un sparizione incomprensibile e un vuoto che pesa in famiglia e che aumenta il carico emotivo.
E ancora: non possono uscire per giocare, non possono vedere i propri compagni di scuola, non possono praticare lo sport preferito e frequentare altri compagi di gioco, non possono più seguire fisicamente i corsi ai quali erano iscritti. Il ritmo della giornata è allentato e ciò crea in loro ulteriore disorientamento. Convivono in spazi e situazioni a volte carichi di tensione per le difficoltà di relazione tra e con i genitori o con i fratelli, hanno dovuto adattarsi, in poco tempo, a una nuova modalità di organizzazione della propria vita e, in particolare, di approccio allo studio e alla scuola.
Quando questa è stata chiusa non hanno potuto salutare né gli insegnanti, né i compagni. Non si sono detti arrivederci, né dati un appuntamento certo, come quando la scuola chiude per le vacanze estive. Vivono, come tutti noi, un tempo sospeso, senza una data certa per il ritorno a scuola.

Se esprimiamo quanto detto in termini di BISOGNI dei bambini, li possiamo così sintetizzare:

–          BISOGNO DI RELAZIONE CON FIGURE ADULTE SIGNIFICATIVE “SCOMPARSE”
–          BISOGNO DI CONDIVISIONE CON I COETANEI in forme “NUOVE” proposte dagli adulti
–          BISOGNO DI EMPATIA (DI EMOZIONARSI CON…)
–          BISOGNO DI PROSEGUIRE il proprio PROCESSO di APPRENDIMENTO” (ATTRAVERSO nuovi             STIMOLI alla RICERCA)
–          BISOGNO DI RITMI (anche rituali) CHE LI STRUTTURINO DURANTE LA GIORNATA
–          BISOGNO DI PENSARSI IN UNA PROSPETTIVA FUTURA DI RITORNO ALLA NORMALITA’

Viene allora da chiedersi come possano gli insegnanti riuscire a colmare, almeno in parte, questi bisogni. Ritengo che questa debba essere la sfida, la nuova frontiera. Dal mio punto di vista agli insegnanti viene chiesto un cambiamento significativo, che non è basato sull’apprendimento delle nuove tecnologie. La sfida è come riuscire a rimanere empaticamente connessi ai propri alunni, come continuare ad essere quel punto di riferimento significativo come lo sono stati negli ultimi mesi (o anni), come trasformare la didattica della distanza a didattica della vicinanza.

Provo a suggerire alcune attenzioni, convinto però che l’agire dell’insegnante passa necessariamente dalla connessione con la condizione emotiva dei bambini di questi giorni o, in altre parole, dalla risposta alla domanda posta in premessa: quale diventa il ruolo dell’insegnante ai tempi del Covid-19?
Cito due funzioni: una a livello di singolo bambino, una a livello di gruppo classe.
Credo che sia molto importante che i bambini percepiscano i docenti, che li sentano non solo e tanto attraverso i compiti, ma sentano la loro voce, li possano vedere. La voce è calda, suscita emozioni, conduce a ricordi, lega al contesto scuola che oggi manca. Se poi potessero sentire che la voce, in alcuni momenti, è solo per loro (messaggi personalizzati), si sentirebbero ancor più gratificati e legati alla voce stessa. E ritroverebbero un significativo punto di riferimento.

A livello di gruppo: gli insegnanti possono agire azioni che facciano percepire che la classe c’è ancora, che i compagni sono vivi e stanno bene. Ciò vale soprattutto per la fascia delle infanzia e primaria, dove, almeno fino alle classi V°, non vi è, sanamente, autonomia nell’uso di smartphone e social e quindi contatto diretto con i compagni. Come può essere mantenuta la dimensione classe in una situazione in cui ognuno è a casa sua? Ideale sarebbe la presenza di tutti sullo stesso monitor, con i loro volti, le loro voci: un luogo virtuale che diventa un contenitore. Ma se ciò non è possibile ci si può immaginare altre forme di comunicazione, purché si abbia presente anche l’esigenza dei bambini di percepire il gruppo classe.

Ci tengo ancora ad evidenziare una funzione trasversale che possono agire gli insegnanti: recuperare il legame con il recente passato e dare prospettiva. I bambini hanno una dimensione del tempo concentrata sul presente, fanno fatica, per costruzione cognitiva, a sviluppare un pensiero ipotetico deduttivo che li porti a immaginare il tempo futuro e pongono i ricordi temporali in modo disordinato. Gli insegnanti possono da un lato riproporre, seppur in forma virtuale, abitudini, consuetudini, rituali che erano propri del loro tempo scuola; dall’altro assegnare compiti quali tracciare un ricordo di questi giorni (con foto, disegni, scritti, vocali, video) da tenere e portare poi al rientro a scuola. Un modo per creare una continuità orizzontale che colleghi il presente con il passato e trovare un punto da cui ripartire nel prossimo anno scolastico e ricucire lo strappo che c’è stato.

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SPAZIO CONTROVIRUS 7 Servirà un supporto psicologico terminata l’emergenza Covid-19? Possibile. Ma nel frattempo cosa possiamo fare?

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SPAZIO CONTROVIRUS 7 Servirà un supporto psicologico terminata l’emergenza Covid-19? Possibile. Ma nel frattempo cosa possiamo fare?

A cura di Massimo Giugler

Si sente parlare sempre più spesso della necessità di interventi psicologici una volta che l’emergenza Coronavirus sarà terminata.
Credo che vadano posti un paio di distinguo, legati alle situazioni che stiamo vedendo e vivendo. Vi sono in Italia zone molto diverse per intensità e densità di contagiati e di vittime. Nelle zone a maggiore intensità è evidente come il livello di tensione sia maggiore, la paura di contagio più elevata, i drammi quotidiani vissuti in modo diretto.
Un’altra precisazione va posta in merito all’intensità emotiva con cui stiamo vivendo questi giorni: vi sono situazioni di convivenza difficile o di angoscia per ciò che sta capitando o di solitudine, altre ancora traumatiche (mi riferisco alle morti in ospedale, senza il conforto dei famigliari), ai vissuti dei professionisti del sanitario che sono in prima linea e, oltre alla fatica psicofisica, alla preoccupazione per se stessi e i familiari di rischio contagio, vivono situazioni drammatiche sul posto di lavoro.
E’ indubbio che chi ha vissuto la perdita di un familiare (in genere un genitore) senza sapere dove fosse, come abbia terminato la sua esistenza, senza essersi potuto occupare della salma, senza aver potuto celebrare il funerale con tutti i suoi rituali e il potere di elaborazione che ha in sé, si troverà sulle spalle un grave fardello e sentirà, probabilmente, la necessità di un supporto psicologico.
Così come chi, dall’altra parte, ha dovuto accompagnare i malati all’estremo saluto, o vivere le sofferenze, incrociare sguardi disperati, compiere scelte estreme, fungere da ambasciatore degli ultimi messaggi tra il malato in ospedale e i familiari a casa. Esperienze decisamente forti e traumatiche, che avranno molto probabilmente bisogno di spazi e momenti di ascolto e di rielaborazione.
Ma vi sono tutta una serie di altre situazioni, e sono la stragrande maggioranza, per le quali è possibile agire qualcosa fin da subito, senza attendere la fine dell’emergenza. E non mi riferisco al fatto di chiedere un aiuto fin da subito, strumento ovviamente sempre disponibile, seppur a distanza.
Abbiamo l’atteggiamento, proprio durante questa fase di isolamento, di convivenza forzata, di guardare sempre il dopo, oltre la fine, senza mai soffermarsi su quello che stiamo vivendo. E così ragioniamo anche rispetto al sostegno psicologico. Ne avrò bisogno, dopo. Sì ma oggi, cosa posso fare per me? Per evitare di rivolgermi ad un professionista quando sarò in condizioni pessime?
Sarà il mio un approccio controtendenza o “controinteressi” di categoria, ma credo fortemente in un lavoro di prevenzione, svolto a livello individuale, contagiando, in positivo, i componenti della famiglia. Un’attenzione al benessere personale e famigliare.
Un primo passo è riuscire a mettere parola, con altri adulti (il partner, gli amici), su ciò che ci sta capitando e come noi lo stiamo vivendo. Abbiamo da un lato l’obbligo di proteggere i figli, dall’altro il dovere di tutelare noi stessi. Un primo rischio è di caricarci tutto sulle spalle, di celare quello che stiamo provando, di tenere dentro di noi le preoccupazioni (di salute, per noi e per altri, economiche, lavorative, ecc) che stiamo vivendo. Occorre trovare il giusto equilibrio fra la tutela di noi stessi e quella dei nostri figli, fra quanto va condiviso e quanto no.
La condivisione con altri adulti. Oggi abbiamo anche l’opportunità di condivisione a distanza, che, con i dovuti accorgimenti, si può tramutare in momenti di estrema vicinanza. Con-dividere significa mettere in comune. Rende forse meglio l’idea di condivisione il verbo spagnolo “compartimos”, in quanto dà maggiormente l’idea di “fare parte”, mentre in italiano dà più l’idea della divisione. Però il senso è di mettere in comunione il sentire dell’uno con quello dell’altro, trovare delle risonanze emotive nello scambio. Poter sentire di avere qualcuno emotivamente vicino in un momento delicato, nonché incerto e quindi fonte di preoccupazioni. Qualcuno che sente e prova quello che stiamo provando noi o verso il quale possiamo comunque manifestare il sentire di questi giorni.
Un secondo passo può essere vivere il momento, riuscire a dare valore alla situazione che si è creata. Accettarla, ma non subirla. Accettare una situazione non significa abbassare il capo. Significa riuscire a dare un senso a ciò che ci è capitato. Non parlo di un senso filosofico, divino o esistenziale, ma semplicemente riuscire a vedere delle opportunità quali la vicinanza con i figli, la cura di noi stessi e dei nostri interessi, la cura dei legami con persone care, ma che avevamo trascurato.
Un terzo spunto potrebbe essere quello di lasciare degli ancoraggi temporali di ciò che stiamo vivendo. La sensazione di questi giorni è di avere messo un paletto ad una certa data, identificata come la fine del tunnel, mentre viaggiamo a fari spenti guardando solo la luce al fondo. L’invito è invece quello di accendere i fari e di vedere quello che c’è nel tunnel. Non solo, ma di lasciare traccia del nostro passaggio: non sappiamo bene quando tutto ciò è iniziato, da quando siamo a casa, per che giorno viviamo. Rischiamo così di stare in un tempo sospeso per poi tornare in una dimensione nuovamente e fortemente scandita dal tempo. Così facendo usciremo dal tunnel, ma con un buco alle spalle, un vuoto temporale, che rischia di inghiottirci, nel tempo. Volevamo fuggire, scappare e rischiamo di esserne risucchiati. Il lavoro quotidiano da intraprendere può essere la scansione temporale, ricordando i giorni che stiamo vivendo, dando loro semplicemente il nome, leggendo il quotidiano (che non comperiamo più, essendo tutto on line e leggendo articoli qua e là), scrivendo un mini diario (attività che potrebbe anche diventare di famiglia e aiutarci anche quando lo rileggeremo), facendo un album fotografico di questi giorni, inventandoci e scrivendo un gioco al giorno, una ricetta al giorno, un pensiero al giorno, ecc.
Se poi ci sarà bisogno di un sostegno, ben venga, ma lo si farà con un’adeguata consapevolezza di ciò che abbiamo passato, del tunnel che abbiamo attraversato. Con le luci accese.

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Spazio Contro Virus 6 Bacheca

Bacheca

a cura di Raffaella Borio

Ho proposto ai bambini che seguo in studio una bacheca, uno spazio virtuale a cui, se lo vogliono, far arrivare i disegni; in diversi mi hanno domandato se potevano inviare i loro lavori. Nella pratica clinica con i più piccoli il disegno è uno strumento importante ed ora è ciò che consente di tenere un contatto, anche con gli adulti che se ne occupano, tra le mura di casa. Il disegno cura il transfert, nella distanza, non lo fa cadere. Il primo disegno che mi raggiunge è quello di una bambina di otto anni che incontro regolarmente da tre mesi: una principessa vestita di rosa che lancia frecce per colpire un mostro verde. Sopra le frecce campeggia la scritta «Ciao, ce la farai, buongiorno dai non perderai, saluti poi da tutti noi, principessa sei non temerei». Intorno alle frecce due fatine con le bacchette dai diversi colori potenziano le virtù della principessa. La bimba racconta che la principessa è la sua mamma: una dottoressa che può cacciare le malattie con le frecce di biscotto fatte da lei. Le due fate sono il suo papà e la sottoscritta: insieme aiutiamo la mamma a liberare la magia che le serve per essere più forte. Magia, dice così la bimba, ed io ci credo. 

Ho ascoltato tanti genitori al telefono in questo periodo: arrabbiati, disorientati, legittimamente preoccupati soprattutto da quando il susseguirsi degli eventi ha decretato, anche, la chiusura delle scuole per un periodo piuttosto lungo. Nessuno di loro, però, mi ha raccontato mai dei buoni biscotti che sa fare, caspita!

L’affetto d’angoscia ha una carica virale altissima. E i bimbi dove sono? Lì intorno ad ascoltare e vedere tutto. La fantasia li aiuta a non sentire il peggio perché li rende portatori sani di discorsi. Se mamma e papà, però, sono molto angosciati, allora è il caso che un Altro possa iniettare, quanto basta, quel tot di magia: dire e ridir loro, per esempio, che i biscotti fatti da mamma son proprio buoni, che la principessa ce la farà e che la vita è bella. La vita è bella è un’opera d’arte. Un film passato alla storia del cinema dove Guido, il protagonista, per proteggere il figlio Giosuè dagli orrori dello sterminio e del campo di concentramento dove è recluso insieme al piccolo, costruisce un mondo di allegoriche narrazioni, giocando e driblando tra una parola tragica e l’altra, rimettendo nel discorso significanti che emergono dal contesto, ma che si aprono a una nuova lettura. Così la tragedia si trasforma in esperienza a cui si sopravvive! Una pellicola che trasuda di amore genitoriale e insegna l’importanza nella relazione coi bambini, di prestarsi a costruire dei discorsi che giungano a disangosciare. Lungi dal misconoscere la portata di questo reale che fa irruzione nelle nostre vite e in quelle dei bambini, si tratta piuttosto di trattarlo a partire dai significanti propri al lessico di quella specifica famiglia, affinchè le parole, come insegnano i bambini, possano tornare a circolare evitando in questo modo l’ascesi di possibili segregazioni. 

Intanto, nello studio, spunta una bacheca, una bacheca virtuale, il virtuale contro il virale. Un disegno lì appuntato e il numero zero, mi riporta a ciò che conta: alla magia di quel film, all’esperienza della psicoanalisi e a quel che fa da sveglia: “Buongiorno principessa!”.

   

 

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SPAZIO CONTRO-VIRUS 5 Lettera delle Insegnanti ai Genitori: “Cari papà, care mamme…”

Studio Sigré

SPAZIO CONTRO-VIRUS 5 Lettera delle Insegnanti ai Genitori: “Cari papà, care mamme…”

Cari papà e care mamme,

abbiamo sentito il bisogno di scrivervi per condividere con voi alcune nostre riflessioni in questi giorni così difficili.

Tutti noi stiamo vivendo una situazione nuova ed estremamente faticosa, emotivamente e praticamente, sconosciuta ed in continuo cambiamento.

Anche la scuola è stata, inevitabilmente, investita da quello che sta accadendo. In un primo momento i giorni di chiusura sembravano pochi, poi sono diventati settimane, e tuttora non sappiamo quando finiranno.

Noi adulti stiamo svolgendo un compito molto importante: collaborare e impegnarci, ancora più di prima, per continuare a garantire ai nostri bambini il fondamentale diritto all’istruzione, per aiutarli a mantenere, il più possibile, la serenità, il desiderio di imparare e perché continuino a sentirsi in relazione, con noi e tra loro, anche da lontano.

Per i bambini è cambiato tutto: l’ambiente, i luoghi, le abitudini, i tempi e i modi in cui si impara. Manca la presenza e il confronto con le maestre e con i compagni, il gioco e la vicinanza con gli amici, la possibilità di uscire e muoversi.

Anche per voi genitori è cambiato tutto. Siete diventati i mediatori principali tra noi e i bambini: li aiutate ad ascoltare e a registrare audio, a scaricare foto, ad organizzare tempi e spazi, a svolgere le attività scolastiche senza che perdano la loro autonomia. State pensando per loro nuove routine e nuove regole che diventeranno, col tempo, ripetitive e rassicuranti.

Anche per noi insegnanti è cambiato tutto. Stiamo cercando di usare nuovi strumenti e strategie per continuare a comunicare e a trasmettere competenze ed affetto ai nostri alunni. Sperimentiamo, impariamo anche noi, cercando di non dimenticare che ogni bambino ed ogni famiglia vive possibilità e realtà diverse, in modo che la scuola continui, anche ora, ad essere “scuola di tutti e per tutti”.

Tutti noi investiti dal cambiamento: i bambini, le famiglie, le insegnanti.

Tutti desiderosi di affrontarlo nel modo migliore e di collaborare tra noi.

Per questo ci sembra che questo periodo così difficile, possa essere anche molto prezioso e ricco di nuove opportunità.

Il programma scolastico di quest’anno sarà sicuramente un programma diverso. Richiederà nuovi obiettivi ed una nuova progettazione. Per le parti che non riusciremo a portare a termine ci sarà, poi, il modo ed il tempo per il recupero. Lo affronteremo quando torneremo a scuola. In qualunque momento sarà questo ritorno a scuola. Non preoccupatevi.

Ma ora i nostri bambini stanno imparando, insieme a noi, anche molto altro: ad affrontare difficoltà impreviste, a rinunciare alla libertà di muoversi, a non poter vedere gli amici e le persone care, ad accontentarsi del poco, ad adattarsi, a saper attendere, ad avere pazienza, in nome di valori più grandi: la salute di tutti, il senso di responsabilità, la speranza, la solidarietà, la forza di essere comunità.

Un proverbio africano dice: “Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”. Continuiamo così, a collaborare per aiutare i nostri bambini a crescere.

Vi salutiamo con affetto.

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